XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Domenica 26 luglio 2015
XVII domenica del tempo ordinario
La solidarietà: un test per la nostra fede!
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)

La domenica di “Gesù, che moltiplica il pane ai poveri”
Sul piano dei valori, il primato spetta certo al bisogno spirituale; ma, sul piano dell’esistenza, il primato spetta al bisogno materiale: “primum vivere!”. Anche nel Padre nostro: le prime tre invocazioni riguardano Dio, nella seconda parte lo preghiamo di darci ogni giorno il pane necessario. Il problema della fame è uno dei più terribili, e la sua soluzione è ancora lontana, perché lo squilibrio tra nazioni ricche e nazioni povere aumenta a forbice; l’aiuto/elemosina dei Paesi opulenti è del tutto insufficiente. La chiesa ha qualcosa da fare, oltre al solito ufficio di ricordare e di pregare? Ma siamo convinti che la chiesa in concreto siamo noi? Gesù prima dà il pane vero, abbondante, con companatico, e solo dopo affronta il tema duro dell’eucaristia. Particolare importante! Non è possibile rivelare il pane del cielo, senza impegnarsi per il pane della terra! L’amore per i poveri è un test del nostro essere cristiani. Scrivere queste cose non vuol dire fare politica o essere di sinistra; significa solo difendere la dignità della persona: se lo stato e i politici non arrivano, la chiesa, “esperta in umanità”, farà opera di animazione e di supplenza. Il problema della fame nel mondo è facile e difficile insieme e consiste tutto nel fatto che una lobby di egoisti tiene il cibo necessario per sfamare milioni di persone senza voler mollare neppure gli avanzi; preferisce buttare, sprecare, essere obesi … anziché condividere il pane, la gioia, la vita. E’ vero che nel mondo si muore di fame, ma è più vero che si muore di indigestione altrui; si muore per l’ingordigia di pochi, non per l’indigenza dei più!

La moltiplicazione dei pani e dei pesci: un familiare picnic!
Ci troviamo davanti ad una scena vivace e festosa, e poi, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si ritira sulla montagna, in un luogo solitario. E’ una costante della vita di Gesù: ogni volta che le sue parole o le sue azioni potevano essere equivocate, Gesù si allontanava dalla folla che voleva farlo re. Il suo regno non è di questo mondo; e poi, egli conosce bene la volubile psicologia delle folle, pronte a passare da “hosanna” al “crucifige”. Il miracolo nasce da un moto di amore in Gesù. Matteo, narrando la seconda moltiplicazione, precisa che gli portarono “zoppi, ciechi, sordi e molti altri malati”. Marco, nella sua narrazione, precisa che “erano come pecore senza pastore”. E Gesù li guarisce. Ma non vuole che vadano in giro a cercare qualcosa da mangiare e da bere. E allora, con fare quasi materno, li fa sedere tutti, benedice il pane, benedice i pesci, li dà agli apostoli, e questi alla folla. Senza riti magici, con semplicità, come chi dà un gelato al proprio figlio. Alla fine, si registra il numero dei canestri avanzati pieni di pane: 12 canestri, e il numero di quanti hanno mangiato: circa cinquemila uomini (delle donne e dei bambini al solito non si parla!). Gesù davvero detestava “suonare la tromba davanti a sé”, il pregare in modo da “essere visto dagli altri”. Eppure aveva tutti i titoli per farlo! Una lezione di umiltà, che gli evangelisti hanno ben compreso, visto che hanno raccontato questo miracolo quasi fosse un familiare picnic!

Gesù ha soltanto i nostri pani per saziare la fame
Cerchiamo di capire, di decifrare questo episodio scritto in codice, perché noi diventiamo maggiorenni nella fede. Noi insegniamo una religione che seduce a dieci anni, ma rende atei a venti! Secondo una lettura semplicistica, è Gesù che moltiplica il pane; ma questo miracolo non è uno spettacolo di magia sacra. E’ per tutti un monito alla nostra responsabilità, un appello alla nostra generosità. Occorre attualizzare e interiorizzare: oggi, qui, cosa suggerisce questo episodio del vangelo alla mia coscienza? Allora, come è avvenuto il miracolo? Un ragazzo (Gv 6,9) è rimasto colpito dalle parole di Gesù, e ha messo in comune i suoi “cinque pani di orzo e i due pesci arrostiti”. E’ stato un gesto contagioso: come un effetto domino o una reazione a catena, ognuno ha messo in comune le sue cose. E’ avvenuta una poderosa invasione di grazia! A questo punto Gesù è intervenuto. Gesù, per operare il miracolo, non crea il pane dal nulla. Non trasforma, come gli aveva suggerito Satana nel deserto, le pietre in pane. Si serve delle nostre piccole e povere cose, come a insegnarci che il miracolo sarà sempre possibile, ma solo dopo che noi abbiamo aperto il nostro zaino, il nostro cuore. Prima no! Sarebbe comodo lasciare fare tutto a Dio, e noi restare artigliati rabbiosamente al nostro pane, preferire magari di buttarlo ammuffito nel cassonetto, anziché condividerlo nella fraternità. “Date loro voi stessi da mangiare”: ecco la fede adulta! Anche in questo i ragazzi sono un esempio per noi adulti, forse incalliti nel male, induriti nell’egoismo. Dobbiamo convincercene: Gesù non ha mani, ha soltanto le nostre mani per continuare oggi a sfamare. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi, la nostra voce, il nostro cuore per continuare ad andare, annunciare, amare gli uomini di oggi, come ha scritto M. Pomilio in Quinto evangelio. Ricordiamolo quel ragazzo generoso, e diventiamo anche noi generosi!

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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