SCHETTINO E LA DIGNITÀ PERDUTA: “SONO MORTO QUELLA NOTTEâ€

dalla STAMPA
Concordia, il comandante condannato: nessuno mi aiutò a evitare il naufragio
Con la barba Francesco Schettino si è fatto crescere la barba e trascorre le giornate portando a spasso un cucciolo di cane tibetano
17/06/2016
PAOLO CRECCHI
INVIATO A SORRENTO
Stanno finendo di demolirli insieme, la Concordia e il suo comandante, la nave a Genova e Schettino a Meta di Sorrento, quassù le lamiere e laggiù la colpa, il mare sottratto a entrambi che resta paesaggio, orizzonte, casa. La Corte d’Appello di Firenze ha confermato i 16 anni e solo la Cassazione potrà annullare una sentenza che altrimenti dovrà essere applicata, e stabilisce che l’unico colpevole del naufragio davanti all’isola del Giglio è quest’uomo di mezza età con gli occhi azzurri e i riccioli neri, che si è fatto crescere la barba e porta a spasso un cucciolo di cane tibetano, per sembrare vivo, ma come ha detto ai giudici «assieme alle 32 vittime, quella notte, sono morto anch’io».
La Concordia è stata smontata pezzo a pezzo, ponti, oblò, paratie: e così Schettino, via l’onore, i riconoscimenti di una perizia marinaresca trentennale, la dignità di uomo quando il pubblico ministero lo ha definito «incauto idiota» ed è dovuta intervenire l’International Maritime Organization per ricordare come «il diritto al rispetto» valga «a bordo e a terra». Per protestare poi che «condannare solo l’equipaggio è molto comodo per le esigenze assicurative e costituisce un passo indietro nella cultura della sicurezza marittima».
La demolizione contemporanea della nave e del suo comandante non cancella la memoria. L’acciaio delle murate servirà per costruire altri transatlantici. La manovra di incaglio che ha evitato una strage, perché se la Concordia si fosse fermata in alto mare sarebbe affondata nel giro di pochi minuti, aiuterà a modificare i codici di sicurezza. Schettino non guarda la televisione, agli amici confida che non ce la fa più. Sta al computer per ore e legge condanne senza appello e assoluzioni piene, come la mail di Arne Sagen e Jan Harmen della rispettata Skagerrak safety foundation: «Dear Francesco, questa sentenza è una breccia nel codice Ism, e dimostra che i magistrati italiani non conoscono le responsabilità giudiziarie degli accordi sulla sicurezza marittima ratificati anche dal loro Paese».
«Non ho sbagliato io la rotta», rimugina Schettino guardando il mare di Capri solcato da yacht e pescherecci. «Stavamo a mezzo miglio dalla costa e a quella distanza il governo della nave è affidato alla guardia, non al comandante. Lo dice il codice di navigazione e infatti hanno patteggiato tutti. Il primo ufficiale, Ambrosio, che faceva le misurazioni nautiche. Il terzo, Coronica, che guardava il radar. L’ufficiale subentrante, Ursino, che non si capiva bene cosa facesse. E nessuno ha fiatato, non uno che dicesse: comandante, siamo alla distanza minima! Attenzione!».
Dalla rotonda sul mare del quartiere di Carignano, il cuore aristocratico di Genova, la Concordia è una balena macellata. Hanno portato via tutto tranne lo scheletro di metallo, a sera i bagliori della fiamma ossidrica si confondono con le lampare al largo. Dalla casa di Schettino si vede il fumaiolo di un traghetto in manovra davanti al porto di Napoli, ci dev’essere un timoniere anche laggiù, sicuramente parla italiano. Mica come Rusli Bin, che non capiva nemmeno l’inglese e non è stato trovato dall’Interpol che lo ha cercato ovunque ma non a Giacarta, a casa sua, dove invece lo ha scovato il Secolo XIX con una semplice telefonata: «Io ho obbedito agli ordini e di quella notte non voglio ricordare più niente».
La scatola nera testimonia che l’ultimo ordine fu di virare a sinistra e Rusli Bin virò a dritta, forse era in preda al panico, forse equivocò. Le paratie stagne non erano stagne per niente «ma le hanno demolite con la Concordia», scuote la testa l’avvocato Saverio Senese, «così non abbiamo più le prove. Le testimonianze sì, ma evidentemente non bastano».
Entro fine anno l’ultimo bullone della nave sarà svitato e il suo comandante, se la sentenza sarà confermata in Cassazione, varcherà il portone del carcere: «Pago io, per tutti». Nel video che Schettino ascolta ogni giorno, mai pubblicizzato dai media, si sente la Capitaneria di Porto San Giorgio chiamare Livorno: «Il comandante della Concordia dice che le nostre motovedette sono nel posto sbagliato…». Lontano dalla nave che stava per rovesciarsi. Poi telefonerà De Falco, che secondo Schettino vuole coprire il comportamento pavido dei suoi e urla: «Torni a bordo, cazzo»! Nessuno ridarà la vita ai 32 passeggeri che l’hanno perduta, il Giglio resterà una tragedia senza riscatto: però anche la sua storia come è stata raccontata, un giorno, potrebbe essere demolita.