Ottava domenica del tempo ordinario (A)
“Commento di don Franco Galeoneâ€
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La domenica “della fiducia in Dioâ€
Messaggio di straordinaria consolazione: abbiamo un Padre in cielo, che pensa a noi sulla terra. Dio è fedele, nonostante le nostre infedeltà . La fiducia del credente non poggia sull’uomo, ma su Dio. Dio veglia sul mondo e dona sole e luce e pioggia a tutti: buoni e cattivi. Dio, nella Bibbia, appare come un padre che dà a tutti il nutrimento (Salmo 144). Il cristiano evita la concezione magica, tipica di chi aspetta tutto da Dio, e a Lui si affida passivamente; ma evita anche la pretesa orgogliosa dell’ateo che vive “tamquam Deus non essetâ€. Noi dobbiamo essere come quel bambino che è sereno perché c’è “papà †e può dormire tranquillo sulle spalle del “papà †anche se intorno c’è il temporale. E’ vero che a volte non si possono evitare le preoccupazioni: i genitori devono preoccuparsi del futuro dei figli, del futuro della famiglia; ogni uomo deve preoccuparsi di migliorare la propria vita. Tutto questo Dio lo sa. Quello che dobbiamo evitare non è la “occupazione†ma la “preoccupazioneâ€!
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Fiducia in Dio. Si vive anche meglio!
C’è chi si aspetta tutto da Dio, dalla pioggia alla riuscita di un affare, da una promozione ad una guarigione. In questo caso noi non serviamo Dio ma ci serviamo di Dio, non facciamo la sua ma la nostra volontà . C’è invece chi da Dio non si aspetta nulla, anzi, credere in Dio sembra un impedimento, un ostacolo. Qualcuno ha scritto che oggi Dio non può più deluderci perché non ci aspettiamo più nulla da Lui. L’uomo che ha fiducia in Dio lavora come se tutto dipenda da lui e, insieme, si affida a Dio perché tutto dipende da Lui. Nel progetto di Dio si incrociano Dio e l’uomo, invito e risposta, necessità e libertà . Il salmista ci dà un consiglio: “Getta nel Signore le tue preoccupazioni!â€. Chi ci ha provato, sa che è vero, e ha provato una grande pace. Altrimenti ci aspettano stati di ansia, malattie di fegato, morte per infarto … Gesù non ci vuole atei, quasi che tutto dipenda dall’uomo, ma neppure stupidi, quasi che tutto dipenda da Dio. Gesù ci invita, come un sublime artista, a guardare i gigli dei campi, gli uccelli del cielo (in Luca, anche i corvi!). Avvertiamo l’umorismo? Veniamo svergognati dagli erbaggi, dai passeri, dai corvi, proprio noi che ci crediamo la quintessenza dell’intelligenza universale! Via, smettiamola di essere così preoccupati, e cerchiamo di vivere un po’ più poveri: ci sentiremo più liberi, più felici!
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Preoccuparsi del domani. Che vanità !
Preoccuparsi del domani significa entrare nel caos scivoloso della competizione; e allora l’uomo diventa nemico dell’uomo e nemico della natura. Servire Dio significa mantenere le cose nella loro originaria “aperturaâ€: le cose non sono un diaframma fra l’uomo e l’uomo, ma segni di comunione e di solidarietà . La raccomandazione del Signore di ricercare prima di tutto il Regno di Dio non si traduce in una evasione esistenziale, ma in una indicazione di una autenticità umana. Essa comporta il primato dell’essere sull’avere, il passaggio dalla utilità alla gratuità , la necessità della solidarietà universale fra le creature. In questo modo, il possesso e la moltiplicazione dei beni avviene a vantaggio della intera collettività e non, come oggi, a vantaggio di una “minoranza†privilegiata e maledetta dalla “maggioranza†che resta condannata al sottosviluppo alimentare e culturale. Fiducia in Dio, quindi! Dio è con te, nella tua vita oggi. Ci sarà anche domani. Conta su di Lui! Cristo non protesta né contro il lavoro né contro la previdenza. Bisogna ragionevolmente prevedere e lavorare. Il Signore ci mette in guardia contro l’affanno, non contro l’occupazione, ma contro la preoccupazione. Pensando troppo all’avvenire, si perde il coraggio per il presente. “Pensare al domani , che vanità ! Serbate per il domani le lacrime di domani. Ce ne saranno sempre abbastanza. Sapete forse voi quello che Dio farà domani? Sapete se lo ha già deciso? Credete che Dio si diverta a farci degli scherzi? Dio è un uomo onesto, e agisce sempre con rettitudine†(C. Péguy).   Â