L’ALTRO CASALESE, UN LIBRO DA LEGGERE ANCHE IN SPIAGGIA

COPERTIUNA FRONTE

È un’estate torrida quella di quest’anno, forse la più calda da qualche anno a questa parte. Fa caldo e le spiagge cominciano a popolarsi. Si popolano anche quelle dove il mare non è proprio bandiera blu. Ma se il mare non è blu non è colpa del mare, ma delle persone che vivono sulle sue coste. Ed il mare di Castel Volturno da qualche tempo non è più blu. Non è più blu, perché degli approfittatori senza scrupoli, negli anni hanno distrutto tutta la bellezza che lo costeggiava. Ma qui c’è gente che non si arrende e ci prova ancora a dare un po’ di bellezza e di colore alle belle giornate di sole di questa estate. È il caso del Lido balneare Luise. Per arrivarci è come attraversare una zona appena uscita dalla guerra, ma una volta giunti l’ordine, la bellezza e l’ospitalità, i sorrisi dei gestori ti rapiscono. Ed è qui che – grazie all’infaticabile Pasquale Iorio, con passato da segretario della Camera del Lavoro di Caserta e oggi animatore di tante iniziative culturali – si leggono i libri, offrendo ai propri ospiti una gamma di iniziative culturali davvero interessanti intorno al libro ed alla buona cucina locale. Ed è qui che il giorno 12 luglio scorso Pasquale ha voluto che venisse presentato il libro di Paolo Miggiano intitolato “L’altro casalese. Domenico Noviello, il dovere della denuncia”, pubblicato con la casa editrice Di Girolamo. Ma chi era Domenico Noviello, raccontato nel libro di Miggiano e presentato ai bagnati del lido Luise di Castel Volturno?

Domenico Noviello, era un Casalese. Un altro Casalese. Un vero Casalese. Non un componente del clan dei “casalesi”, ma un cittadino onesto di San Cipriano d’Aversa, non tanto lontano da Casal di Principe. Onesto e perbene, come la maggior parte dei cittadini che vivono nell’Agro Aversano.

Domenico Noviello insegnava a guidare le auto ai ragazzi. Era un imprenditore, ma la sua scuola guida l’aveva voluta a Castel Volturno, dove lo Stato per molti anni non c’è stato: al suo posto i clan di camorra.

In Italia, se fai semplicemente il tuo dovere, può finire che muori ammazzato. In alcune zone del nostro Paese, se fai il tuo dovere di cittadino finisce che diventi il problema e poi l’eroe. Un inconsapevole eroe.

Domenico Noviello fu uno di quegli uomini che non si piegò al potere della camorra e, con la schiena dritta, fece la cosa giusta: denunciare i suoi estorsori. Domenico Noviello fu ucciso sette anni dopo aver denunciato e fatto arrestare, nel 2001, chi voleva piegarlo, chi gli voleva far abbassare la testa.

Un commando di camorra dell’ala stragista del clan dei “casalesi”, capeggiato dal famigerato Giuseppe Setola, una tiepida mattina di maggio, lo aspettò a Baia Verde, una frazione di Castel Volturno, a pochi passi dal mare e lo massacrò a colpi di pistola. Lo ferirono. Tentò di sottrarsi al fuoco assassino, ma lo inseguirono. Non gli lasciarono scampo. Tredici colpi di pistola gli impedirono di realizzare i suoi sogni di imprenditore coraggioso, di uomo onesto, di marito, di padre esemplare, di nonno affettuoso. I suoi assassini, dopo aver eliminato colui che era considerato l’infame, festeggiarono con lo champagne, di quello della marca più costosa.

Lo uccisero, perché dovevano dare un messaggio. Un messaggio a tutti gli altri imprenditori della zona dell’Agro Aversano. “Colpirne uno, per educarne altri cento”, come la falange armata del terrore di un tempo andato.

Paolo Miggiano, oltre a tracciare il profilo umano dell’uomo che osò sfidare il clan Bidognetti, ci conduce dentro le logiche criminali che portarono all’assassinio di un uomo esemplare, che con coraggio seppe resistere.

Noviello, con la sua denuncia, aveva rotto gli equilibri criminali e della paura. Per un periodo visse sotto scorta. Poi lo Stato si dimenticò che era in pericolo e gli tolse “l’impiccio”, lasciandolo solo. Solo con le sue paure. Così Noviello divenne un facile bersaglio e la camorra, che a differenza nostra, ha la memoria lunga, non si fece attendere. Il 16 maggio del 2008 lo colpì a morte, chiudendogli definitivamente la bocca.

Come spesso accade quando un uomo viene ucciso da queste parti, nonostante il grande lavoro di poliziotti e magistrati, anche Mimmo Noviello è rimasto più o meno solo, anche dopo morto. In pochi erano ai suoi funerali, in pochi accorrono alle commemorazioni annuali ed in pochi hanno assistito alla lettura della sentenza che ha condannato all’ergastolo i suoi assassini.

Mimmo Noviello fu ucciso perché in tanti non fecero il proprio dovere.  Fu un eroe, perché in pochi lo erano. Fu un bersaglio facile perché quasi nessuno lo era come lui.

Una storia di resistenza alla camorra, quella di Mimmo Noviello, ancora non sufficientemente conosciuta e che oggi è testimoniata nell’impegno dei suoi quattro figli, Massimiliano, Maria Rosaria, Mimma e Matilde Edwige.

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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