IL CASTELLANO VITTORIO RUSSO SCRITTORE E POETA

Prima io…
Dicono che visse in Roma
un tal patrizio dal cognome incerto
che quasi di tutto era maestro esperto.
Sapeva dir con dolce idioma
sciogliendo con il verbo anche la chioma.
Si chiamava Menenio,
se non ricordo male,
popolare per un cervello assai speciale.
Narrava con talento e tirocinio
avendo del sapere ogni dominio.
Il suo parlare era diretto ed essenziale.
Era un Agrippa di antica famiglia
quello che con la plebe prevenne il parapiglia.
Chiamandola a diventar parte sociale
evitò a Roma il caos generale.
La plebe s’arroccò sull’Aventino
chiedendo l’ammissione ai suoi diritti
che fossero solennemente letti e scritti,
riconosciuti a tutti, anche a un bambino,
così come al vecchio, al rimbambito ed al cretino.
Allor Menenio, paziente come pochi,
la convocò, la plebe, per farle un bel sermone
all’altezza della sua reputazione,
con la fermezza degli oratori antichi
e quella dei più illustri bolscevichi.
Parlava del corpo umano e ricordava
che un tempo nessuna parte d’esso
con le altre trovava un compromesso.
«Prima ci sono io!» la bocca proclamava.
E questo, forse, nessuno confutava.
«Attraverso di me il corpo s’alimenta,
perché se non si nutre, s’ammala e deperisce
piega, s’ingobba e sotto terra finisce.
Come pianta senza radici, combattuta e vinta,
verso la morte è tristemente spinta.»
«Perché, sono io forse da meno?»
Il naso subito chiarì.
«Della vita, è noto, io sono l’abbiccì,
di morti senza fiato il mondo è pieno.
Perciò, o prima io o una guerra scateno.»
Intervennero poi gli occhi,
lo stomaco e i polmoni
sulla priorità delle loro funzioni.
Perfino l’ano, minacciando blocchi,
vantava d’esser primo fra cotanti sciocchi.
Concluse Menenio l’oratore
a questo punto
e con due parole così fece il riassunto:
«Non sono il vostro accusatore,
voglio essere solo il vostro salvatore.
La bocca, i reni, il pancreas e il naso,
tutti uguali sono essi, senza differenza,
perché mancando uno, di tutti c’è l’assenza.
fra pari, far da primi è assai rischioso,
questa è vanagloria dell’uomo borioso.»
Capì la plebe, calò dall’Aventino
e unendo la sua sorte a quella altrui
con Roma piegò il mondo ai piedi suoi.
Della gloria fece il suo destino
essendo l’unione il suo vaccino.
***
Reggitor d’Italia con troppi privilegi,
gridano oggi: «prima vengh’io,
perché sono secondo solamente a Dio!»
Ah, capitani inetti e poco saggi
al comando di nave senza ormeggi!
Fin quando durerà questa sventura?
Fin dove sopportar si deve ancora
una vergogna che manda il Paese alla malora?
… e relegando il risveglio a memoria futura,
sprofondiamo sempre più nella sciagura.
VR
Febbraio 2019