ESSERE CHIAMATI È GIÀ UNA GRAZIA (Mt 20,1)

24 settembre 2017 *XXV Domenica T.O. (A)

ESSERE CHIAMATI È GIÀ UNA GRAZIA (Mt 20,1) 

riflessioni pluri-tematiche sul Vangelo della domenica

a cura di Franco Galeone (Gruppo Biblico ebraico-cristiano) השרשים הקדושים

per contatti: francescogaleone@libero.it

 

La domenica “dei lavoratori dell’ultima ora”

Il nocciolo della parabola sta nell’atteggiamento degli operai della prima ora, e di Dio nei confronti degli operai dell’ultima ora (v.11).  Tutti gli altri elementi sono un espediente per mettere in rilievo questa verità: Dio è buono, coloro che hanno lavorato tutta la giornata (gli ebrei) non lo sono; nel paradiso c’è posto per tutti, perché Dio chiama tutti gli uomini a tutte le ore: la salvezza è sempre un dono del suo amore (v.15). Guai a comportarsi con Dio come il fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo, o come Giona riguardo agli abitanti di Ninive, o come quelli che accampano diritti perché hanno lasciato tutto! Gli ebrei sono stati i primi ad essere chiamati, ma non per questo avranno un trattamento di favore (v.16). Come dire: Dio non fa sconti a nessuno!

Essere chiamati è già una grazia, un premio,  un onore!

Questa parabola, artisticamente ben costruita, ha messo sempre in difficoltà gli interpreti. Quel padrone, che dava a tutti lo stesso salario, a chi aveva lavorato tutta la giornata e a chi aveva lavorato solo un’ora, ci riesce incomprensibile, anzi, ingiusto. È un comportamento contrario alle norme di giustizia salariale. E difatti qualcuno alla fine protestò! Già sappiamo che Gesù è uno spirito libero, fino a diventare segno di contraddizione. A volte sembra anche andare contro natura, quando maledice e secca un povero albero di fico, colpevole di non dare frutti fuori stagione. Qui però si tratta di salario, e il problema diventa delicato. Finiamola di voler insegnare la giustizia a Dio! Potremmo sentirci dire: “Perché sei invidioso?”. L’invidia è uno dei sentimenti peggiori, e purtroppo è frequente, anche tra persone di Chiesa!  A volte incontriamo persone che non vedono nulla di buono negli altri. Dio, invece, va sempre in cerca di tutti, chiama tutti, a ogni ora, vuole accogliere chiunque trova, per tutti ha un lavoro. Avere invidia di questa generosità è allontanarsi da Lui. Dobbiamo invece comprendere che essere chiamati da Lui è già una grazia, un premio, un onore! Nel suo Regno non ci sono primati di anzianità; non è questione di anni di servizio ma di intensità di amore. Dio non controlla le ore di lavoro. Per Lui è sempre ora! E bisogna evitare di mercanteggiare con Dio, di fargli l’inventario dei nostri meriti, e delle tante ore di lavoro nel suo Regno. È una mentalità da mercenari! Non dobbiamo essere invidiosi, cioè “non-vedere”: il nostro peccato è l’occhio cattivo, il pensiero maligno, la meschinità. Se troviamo ingiusto, per esempio che un ladrone entri in paradiso così a buon mercato, passeremo l’eternità a contare i nostri meriti, ma all’inferno!

Il mondo di Dio è “totaliter alius”

Quando leggiamo la parabola del Vangelo, avvertiamo subito che il mondo di Dio è veramente diverso dal nostro. Il basso diventa alto, l’ultimo arriva primo, la vecchia verità è errore, chi perde tutto per Dio vince, chi rinuncia ad una famiglia diventa padre di molti figli, che lavora solo un’ora riceve quanto chi ha sudato tutta una giornata! I suoi valori sono totalmente diversi dai nostri, stupefacenti i suoi gusti, laceranti le sue gioie, beate le sue sofferenze! Pensate: a chi lo segue promette il fallimento; la gente per bene è chiamata “razza di vipere, sepolcro imbiancato”. La legge del suo Regno è il paradosso, l’inedito, l’imprevisto. Dio sceglie le cose deboli per confondere i forti; non sceglie il sano ma il malato; fa più festa per la pecorella perduta e ritrovata che non per le novantanove al sicuro. Il Dio di Gesù Cristo è assolutamente Altro, Diverso, Imprevedibile. In questo, Gesù è fedele allo spirito della sua gente: il popolo ebraico, sempre schiavo, sogna di dominare gli altri; il popolo più disprezzato si sente promesso alla gloria; il più castigato da Dio, si sente il popolo più amato da Dio! A questo mondo si accede con una rinascita. Se l’uomo vi entra, inizialmente ha la sensazione di essere uno straniero, le sue abitudini sono contrariate, i suoi conti non tornano più. Ma se resiste all’iniziale scoraggiamento, piano piano la sua anima si rasserena, come se respirasse aria di casa, come se riscoprisse la sua originale identità.

Ogni società ha la sua teologia, che forse non è la vera!

La rivelazione di Dio è sempre una rivelazione sull’uomo; imparando a conoscere Dio, l’uomo impara a ri-conoscere se stesso. Le vie di Dio non sono le vie dell’uomo; i pensieri di Dio non sono i pensieri dell’uomo. Dio non è ciò che noi diciamo di Lui. Dio è la diversità, il santo inaccessibile, oltre le nostre teologie; Dio è sempre oltre le pareti delle nostre conclusioni, è al di là, con gli esclusi. Dobbiamo conservarci sempre molto critici con le nostre rappresentazioni di Dio; potremmo correre il rischio di difendere i diritti di Dio, e in realtà lottiamo per difendere le nostre idee e, forse, i nostri interessi. L’uomo di ogni gruppo sociale tende a raffigurarsi Dio secondo le proprie esigenze. Lo aveva già insegnato il buon Senofane di Colofone, già nel VI secolo avanti Cristo: “Se i buoi, i cavalli, i leoni avessero mani, e potessero con le loro mani disegnare e fare anch’essi quello che fanno gli uomini, i cavalli disegnerebbero gli dèi simili a cavalli, i buoi simili ai buoi, e i leoni simili ai leoni”. La fede, cioè, assume una morfologia dipendente dalla società. Su questo argomento, E. Durkheim in Le forme elementari della vita religiosa, e M. Weber in Etica protestante e spirito del capitalismo hanno scritto pagine di grande interesse e verità. È naturale, che noi, occidentali viventi in pieno capitalismo, sotto il segno della potenza, della scienza, della razionalità, ci siamo costruiti un dio onnipotente, onnisciente, giusto giudice. Ognuno ha la sua teologia. Per sapere quanto la nostra teologia sia giusta, sia “cattolica” di nome e di fatto, ci dobbiamo chiedere se c’è posto per tutti; se non c’è posto per tutti, quella teologia è certamente sbagliata. Non si può separare il discorso su Dio dal discorso sull’uomo. Incarnazione significa che ogni teologia deve diventare antropologia! Se non comprendiamo e non facciamo questa verità, Dio si farà beffe di noi, delle nostre venerande istituzioni, delle nostre sacre rappresentazioni!  Buona vita!

 

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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