Domenica 5 ottobre 2014 Ventisettesima domenica del tempo ordinario (A)

 

E’ tempo di iniziare a pregare “pro judaeis et cum judaeis”

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

Non la razza e il sangue ma lo spirito e la scelta!

 Gesù che parla alla gente

Fa impressione come numerose e fiorenti comunità cristiane dei primi secoli sono semplicemente scomparse: un tempo fiorenti metropoli ora spente necropoli! Cosa sarà del nostro cristianesimo occidentale tra alcuni secoli? Forse il primato passerà alle chiese di Africa e di Asia? Sarà sempre il Vaticano il centro della cattolicità? Si parlerà della Chiesa di Roma, di Milano, di Torino … come parliamo della scomparse chiese di Pergamo, di Filadelfia, di Ippona? L’attuale cultura della morte e del silenzio di Dio cancellerà ogni tradizione cristiana, o sarà occasione per una scelta personale dei valori cristiani? La punizione che tocca i vignaioli omicidi consiste nell’essere sostituiti da altri; non si dice da chi: da altri. Questa sostituzione scatta in tutti i tempi. D’ora in poi, la “vigna di Dio” non è più un recinto sacro collocato sul monte Garizim o sul colle Vaticano, ma ogni uomo, ogni Chiesa, che accoglie il tesoro del Vangelo e “lo fa fruttificare”.

 

Pregare “pro judaeis et cum judaeis”

Questo brano del Vangelo di Matteo costituisce il topos classico per la teoria della Chiesa “nuovo Israele” e “nuovo popolo”, che sostituisce il “vecchio Israele” e il “vecchio popolo”. Questa fanta-teoria teologica non ha nessun fondamento né scritturistico né teologico. È utile ricordare che Gesù non era un cristiano. Egli era a tutti gli effetti un ebreo. Non andava a messa la domenica, ma in sinagoga il sabato. Non parlava greco e latino, ma ebraico ed aramaico. Aveva una madre ebrea, Miriam, scura nella carnagione e nei capelli. Nessuno lo chiamava Pastore e Monsignore ma Rabbì. Non leggeva il Nuovo Testamento ma la Bibbia, e pensava che questa fosse la Sacra Scrittura. Non recitava il rosario ma i salmi, come nel momento della tentazione e della morte. Non celebrava Natale e Pasqua, ma Shavuot e Pesach. Non una Comunione ma un Seder. E rabbì Jeshua non era un mediocre ma un osservante: portava gli zizioth o frange rituali al mantello. Qualunque cosa possano aver detto Lutero o Paolo stesso, rabbì Jeshua non è venuto a dispensare dalla Legge, dalla Torah, ma a realizzarla.

Non si tratta di negare l’originalità, la specificità del Cristia­nesimo nei confronti dell’Ebraismo. Ma per affermare la grandezza del Cristianesimo non occorre squalificare, ridicolizzare, demonizzare l’E­braismo. Cristo non è un aerolito, un masso erratico caduto in Palestina. Dobbiamo affermare la sua grandezza ed originalità non al di fuori o contro l’Ebraismo, ma con e dentro l’Ebraismo. Questo non è il negativo su cui far risaltare il positivo di Cristo e del Cristianesimo. È giunto il tempo di scrivere, se non il Tractatus pro judaeis, almeno il Tractatus de iudaeis. Abbiamo pregato per 2000 anni “pro perfidis judaeis”; è giunto il tempo di iniziare a pregare “pro judaeis et cum judaeis”.

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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