CONGIUNTIVO O INDICATIVO. CONSIDERAZIONI IN LIBERTÀ

 

di FRANCESCO NUZZO

 

Partecipai alla presentazione del ventiquattresimo volume  “La Scuola classica di Cremona. Annuario 2016” degli ex alunni del Liceo-ginnasio “Daniele Manin”. Non ho studiato presso il prestigioso istituto, ma Renata Patria, presidente della delegazione cremonese dell’AICC (Associazione italiana di cultura classica), mi invitò ugualmente. Quella sera, l’aula affollata offriva degna cornice all’avvenimento. Si respirava la fresca aura della classicità attraverso un  linguaggio semplice e alto a un tempo, apprezzato da chi, senza colpa, aveva patito lo sconcio frasario della campagna referendaria. Alla fine della manifestazione, avvertii una ricchezza interiore, che riportò alla soglia della coscienza ricordi lontani, quando i fantasmi della giovinezza cullavano molte illusioni.

Il giorno seguente acquistai il saggio di Francesco Sabatini: Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso, appena giunto nelle librerie. L’autore è famoso linguista, filologo, lessicografo, sicché sapevo per certo che avrei appreso cose nuove dalla lettura del libro, quasi a prolungare l’atmosfera della descritta cerimonia. Sulle prime, sfogliai il volume senza  attenzione, e soprattutto diedi uno sguardo all’indice per conoscere la sistemazione degli argomenti. L’occhio si fermò  su uno dei “casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno”.

Si tratta della questione sull’uso del congiuntivo, che indica l’azione espressa dal verbo come possibile,  desiderata,  temuta, dubbia, verosimile, irreale. Compare  in proposizioni dipendenti da verbi che esprimono incertezza, giudizio personale, partecipazione affettiva: sembra che abbia studiato, preferisco che tu rimanga qui, ritengo che lui debba partire. Codesto modo verbale risente di una crisi palese, benché la sua utilizzazione nello scritto e nel parlato medio-alto sia ancora ben radicata.

Il grande linguista, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ci invita a essere meno schizzinosi sul tema specifico. Quando il congiuntivo, in frasi cosiddette “completive”, è  sostituito dall’indicativo – credevo che stesse  spesso diventa credevo che stava, oppure non so se tu hai capito  al posto di non so se tu abbia capito, o ancora credo che è meglio invece di credo che sia meglio-, non si commette nessun peccato mortale, che richieda il lavacro battesimale.

Mi guardo bene dall’entrare nel ginepraio delle discussioni sulla variante, essendo profano della materia, ma segnalo che la modifica ha origini risalenti e riscontrabili nei primi scritti in lingua italiana. Nel  Convivio di Dante, ad esempio, si legge   “credo che si mossero”. Tra l’altro il Sabatini nota che  in inglese, in spagnolo e in francese, il congiuntivo è scomparso: “diciamo che l’alternanza segna una differenza di stile non di correttezza, come per prima disse, sessant’anni fa, una filologa rigorosissima, Franca Ageno”.

A cosa è dovuta questa prepotente avanzata dell’indicativo nel parlato corrente  e la parallela ritirata del congiuntivo? Molteplici e complesse sono le ragioni del fenomeno, alcune delle quali si spiegano con fattori  di ordine storico, geografico-linguistico  e funzionale.

Intanto, le opere dei più accreditati scrittori italiani contengono indifferentemente l’una forma e l’altra. Lo stesso Manzoni non ha preferenze esclusive, e peraltro non disdegna nemmeno gli anacoluti. Bellissimo quello di Gertrude: “Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto”.

Incide poi la situazione di vaste aree del nostro paese, dove il congiuntivo ha una scarsa vitalità. Per dire, nel Centro e nel Mezzogiorno d’Italia, le varietà regionali del parlato obbediscono a codici linguistici non allineati all’italiano colto, ma rispettano uno standard dialettale di particolare marcatezza espressiva. Naturalmente fanno eccezione le persone di buona istruzione, che impiegano metri stilistici di corretta qualità grammaticale.

Infine, la lingua parlata e popolare tende istintivamente a semplificare il groviglio dei verbi, e risolve la scelta dell’indicativo e del congiuntivo, per  cogliere la differenza tra l’azione reale e l’azione possibile, con l’uso di più spediti mezzi lessicali (son certo che viene/ penso che viene) anziché di un diverso modo espressivo (penso che venga).

Ma allora è meglio usare l’indicativo o il congiuntivo in casi del genere?  “È come chiedersi se sia meglio vestire con la giacca e la cravatta o con i jeans e la maglietta. Adoperate il congiuntivo quando è necessaria un’elegante lingua in giacca e cravatta, ma fate pure ricorso all’indicativo quando vi serve una comoda lingua in jeans e maglietta”. Il suggerimento è di  Maurizio Dardano e Pietro Trifone, autori del libro La lingua italiana, un testo pregevole anche per i non addetti ai lavori.

A me basta avervi accompagnati davanti al guardaroba, ora fate da soli.

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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