IN NEPAL KUMARI DEVI, LA DEA VIVENTE DELLO SCRITTORE CASTELLANO VITTORIO RUSSO

 

 

 

 

Kumari Devi, letteralmente Dea Vergine, è una tenera creatura, una bambina scelta fra migliaia di altre per interpretare, fino all’età della pubertà, il ruolo della reincarnazione della dea Taleju, che è il nome nepalese della dea dell’Induismo Durga, consorte del dio Shiva e manifestazione dell’energia femminile. In Nepal, questa bambina viene scelta in età prepuberale seguendo criteri di selezione rigorosissimi e complicati nel clan dei Sakya, al quale apparteneva Buddha stesso, dalla potente comunità dei Newari. Kumari Devi viene adorata dagli induisti non meno che dai buddhisti del Paese come un simbolo vivente della dea.

Ho incontrato la Kumari nella sua stanzetta scura, dalle mura screpolate, e appena illuminata da una luce livida che scendeva come una sciabolata da una piccola finestra con una grata di ferro. Era seduta su una specie di trono-baldacchino, molto grossolano, di legno indorato e ingenuamente istoriato. La circondavano piccoli oggetti sparsi sul pavimento di terra battuta, cose quotidiane e offerte votive dei fedeli: una ciotola di latte, una mela, due banane, chicchi di riso colorati con cùrcuma e le ardevano intorno ceri fumosi dall’odore sgradevole. La Kumari vive isolata dal mondo fra una schiera di addetti ai suoi bisogni con il compito di evitare che nulla possa profanare la sua purezza.

Seduta immobile, aveva lo sguardo fisso su un nulla disumano. Sulla fronte, fra gli occhi, spiccava un tikka di un vivido color vermiglio e portava sul capo mazzetti intrecciati di fiori colorati fra miriadi di catenine e pendagli. Era vestita in maniera eccentrica, con colori a un tempo preziosi e teatrali, e ricoperta da un bazar di oggetti d’oro e pietre semi-preziose.

Mi sono avvicinato a lei scalzo e nel rispetto incondizionato delle formalità del sacro stabilite e ripetutamente raccomandate: non guardare la dea negli occhi, tenere il capo basso, porsi di fronte a lei sempre restando inchinato, mantenere un silenzio assoluto eccetera. Eppure, non ho smesso un attimo di osservare furtivamente, pieno di stupore e turbamento. Al mio sguardo profano e fugace i piccoli occhi luminosi e tristi di quella bambina, fatta superstiziosamente dea, mi hanno aperto dentro una voragine di sconforto e malinconia. È il mistero che scuote da sempre la coscienza dei viaggiatori d’Occidente al cospetto di riti impossibili da decifrare, sempre in bilico fra attrazione e repulsione, abbandono all’emozione ed esigenza frustrata di capire. Non si può fare a meno di provare compassione di fronte a una così assurda superstizione. Inevitabile, davanti a questa creatura senza sorrisi, senza distrazioni, senza amicizie, senza studio, senza vita. Le è precluso perfino il bisogno di calcare la terra con i piccoli e inutili piedi, solo perché il fanatismo e la credulità più cieca hanno inventato per lei un destino di vittima sacrificale.

Tuttavia, anche se sembra appartenere a un’altra epoca, nel Nepal l’adorazione della Kumari fa parte delle pratiche quotidiane della maggioranza della popolazione. Il suo culto rappresenta simbolicamente quello dell’eternità divina espressa nella creazione. In lei non si adora la natura inanimata di un idolo quanto la realtà tangibile della divinità. La giovanissima età che decide la scelta di una bambina destinata a incarnare la dea fra una moltitudine di coetanee, esprime la dote essenziale della purezza, che è pure la qualità peculiare della dea Taleju-Durga. Anche i gioielli di cui è ricoperta la Kumari sono ben altro che una testimonianza di ricchezza espressa in maniera tangibile dall’adorazione dei fedeli. Fin dai tempi dell’induismo più arcaico, il simbolismo semiotico delle pietre è alla base di innumerevoli interpretazioni magico-liturgiche e si collega alle influenze degli astri sugli dèi, non meno che sugli umani.

In Nepal la tradizione della Dea Vivente, s’intreccia in qualche modo con quella dei Malla, una dinastia di sovrani che regnò sul Paese fino al XVII secolo.

Stando a una leggenda molto popolare, l’ultimo di questi sovrani soleva giocare a dadi, di notte, con la dea Taleju in sembianze umane. A essa egli aveva giurato che mai avrebbe svelato il segreto dei loro incontri. Un giorno che però egli tentò un approccio erotico (oh, irriducibile istintività umana!), la dea, sdegnata, minacciò di condurre il regno alla rovina se, con i suoi eredi, il re non l’avesse cercata e ritrovata in una bambina della stirpe dei Sakya. In questa speciale creatura egli avrebbe dovuto riconoscere lo spirito della divinità reincarnata…

Come tante leggende analoghe, questa pure racchiude il succo di verità storiche sfumate ma tenacemente orientate a fissare il potere regale, garantendone il riconoscimento attraverso il dato della sacralità.

Presto la Kumari diventerà impura per effetto della prima mestruazione, ma talvolta anche prima, per una piccola perdita di sangue o per una ferita accidentale che la renderanno inidonea al ruolo. Ritornerà perciò alla vita normale che probabilmente diventerà per lei un inferno, perché il suo carattere è stato piagato irreversibilmente nel momento più delicato della sua formazione e profanato il fiore del suo candore infantile.

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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Una risposta

  1. Carla ha detto:

    Rispetto le tradizioni altrui, ma credo che la tutela della persona soprattutto se minorenne, venga prima di qualsiasi credenza o tradizione religiosa. Da occidentale, questo per me è sfruttamento di minore e sinceramente non riesco ad accettare una simile consuetudine.

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