Gesù che parla alla genteDomenica 31 maggio 2015

Festa della Santissima Trinità (A)

Trinità: Dio soffre la solitudine!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

La Trinità: un mistero non un problema

La più bella definizione di Dio l’ho ascoltata da un bambino: “Cosa è la Trinità? E’ una famiglia unita!”. Non lasciamoci invischiare nelle trappole della logica umana. Trinità non significa che 1 = 3, ma che Dio è UNO sotto un aspetto e TRINO sotto un altro aspetto. Noi non siamo politeisti! Noi veniamo dagli ebrei, e per loro, come per noi, il monoteismo è un dogma di fede centrale. In infiniti modi, la mente umana ha cercato, se non di “spiegare”, almeno di “intuire” qualcosa di questo mistero trinitario. Sempre l’uomo si è trovato davanti l’abisso, il mistero, e sono stati necessari il silenzio, la preghiera, l’adorazione. Il “problema” è qualcosa che non conosciamo ma che, con l’affinamento della ragione, con lo sviluppo della scienza, potremo alla fine conoscere. Il “mistero” non è qualcosa di assurdo, ma è una verità superiore, accecante come il sole che, pur nella sua lucentezza, non possiamo vedere se non grazie ad uno schermo oscuro; il mistero è qualcosa che mai comprenderemo, perché lui comprende noi e ci obbliga a fare un salto, il salto della fede. Il mistero della Trinità ci fa toccare con mano la nostra povertà epistemologica, la fragilità di ogni filosofia e teologia! Dio non si trova alla conclusione di un sillogismo o di una delle cinque vie tomiste. Il dio dei filosofi non è il Dio di Gesù Cristo. A nessuno interessa un dio motore immobile, atto puro, pensiero del pensiero, causa finale, architetto dell’universo … Abbiamo bisogno di un Dio che possiamo chiamare Padre! Le prove a priori o a posteriori non hanno mai convinto nessun incredulo. Questo mistero può essere nascosto ai sapienti e rivelato ai semplici.

 

La Trinità è una famiglia unita!

La Trinità non è un tema per sofisticate esercitazioni teologiche, né una riedizione purificata del politeismo e nemmeno una festa astratta per intelletti metafisici, con lancio finale di scomuniche. Abbiamo trasformato nei secoli precedenti questa festa della “Famiglia unita” in uno scandalo della divisione. Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito ne sono costernati! Per anni, la Trinità ha suscitato in me un senso di timore; mi spaventava quel vecchio centenario, quel triangolo, quell’occhio scrutatore! Diventato adulto, ho abbandonato quei simboli lontani dalla realtà del Dio-famiglia. Tutto cambia quando si parla di Trinità come Famiglia: il Padre, il Figlio, lo Spirito si amano davvero. Quando la solitudine ci stringe, ricordiamo questo misterioso Tu che ci chiama e ci tiene compagnia.

 

Ignoramus et ignorabimus!

Dio, malgrado la sua presenza ricca di grazia all’interno della storia umana, resta sempre trascendente, totaliter alius. “Dio nessuno lo ha mai visto” (Gv 1,18). Tra Dio e uomo esiste una nube oscura. Dopo tante parole e simboli, dopo tanti concetti e teologie, dobbiamo confessare la nostra “dotta ignoranza”: Dio resta nella nube oscura. Ignoramus et ignorabimus! Siamo tanto pieni di teologie, di teodicee, di partiti cristiani, che alla fine tutto questo ha prodotto una specie di rigetto. E ora si teorizza persino che Dio è morto, che Dio non significa niente, che appartiene alla mitologia. E forse è anche vero, perché tutte le cose dette su Dio sono sempre dette dall’uomo, e sono verità fragili come l’uomo. Si può parlare “di Dio”, ma è preferibile parlare “a Dio”, meglio ancora, ascoltare Dio.

Non c’è da mera­vigliarsi se i simboli antichi crollano con tutti i loro linguaggi e le loro liturgie. La nube si allarga, il mistero della trascendenza ci avvolge. Cosa dobbiamo fare? Non discettare filosoficamente sulla natura, non esercitarci in presuntuose logomachie, ma crescere nella fede, nell’adorazione, nel silenzio. Ogni vero credente è sempre in crisi per il divario fra uomo e Dio. Dobbiamo amare questo divario; esso non è necessariamente mancanza di fede; può essere un appello ad una fede più radicale, sulla misura di Abramo, di Giobbe, di Cristo. Gli uomini si sono sempre tanto sbagliati parlando di Dio, che è venuto Lui stesso sulla terra, ha spezzato ogni vitello d’oro, ha detto parole tanto rivoluzionarie che gli sono costate la vita. Istintivamente, gli uomini immaginano un Dio simile alle loro ambizioni di potenza, di ricchezza, di successo. Dio diventa così “l’ottativo del cuore umano”. Ma quell’Uomo in croce testimonia che Dio non può nulla, che l’uomo ha il terribile potere della libertà, che Dio propone la salvezza, e l’uomo ne dispone. Ma proprio di un Dio-amore-crocifisso, di un Dio-fatto-­bambino, di un Dio-diventato-pane noi abbiamo bisogno. Cosa è un crocifisso? Un bambino? Un pane? Forse nulla, ma per chi crede, è la possibilità di salvarsi.

 

Mattia Branco

Ho diretto, ho collaborato con periodici locali e riviste professionali. Ho condotto per nove anni uno spazio televisivo nel programma "Anja Show".

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