12 maggio 2013 – Festa della mamma -Grazie di esserci
12 maggio 2013 – Festa della mamma –
Grazie di esserci
“Commento di don Franco Galeoneâ€
 La festa della mamma è una piacevole ricorrenza perché offre l’occasione di un pensiero affettuoso, sia per chi ha la fortuna di aveÂre la madre ancora in vita, sia per chi vive nel ricordo della sua preÂsenza. E, nel vagare della mente, accanto ad episodi di severità o di amore, affiora pure la memoria dei sacrifici, grandi e piccoli, che tutÂte le vere madri affrontano quotidianamente per aiutare la propria creatura a crescere. Come doveroso omaggio, piccolo, irrilevante davanti alla grandezza del loro cuore, alle mamme è stata dedicata la giornata dell’8 maggio. Come ogni festa anche questa sarà celebrata con un fiore: l’azalea. Perché proprio l’azalea? Perché l’azalea è il fiore che resiste; anche avvizzito, è sempre pronto a riprendersi, proprio come l’amore forte di una madre. In omaggio a mia madre Carmela e a tutÂte le madri del mondo, desidero raccontarvi l’amore di una madre, alla cui memoria offro la tradizionale azalea. Alcuni anni fa, mi troÂvavo a visitare l’ospedale psichiatrico di Messina. Mi accompagnava il primario. In una stanzetta vidi un uomo, quasi obeso, sui trent’anni, chino su un quaderno che egli riempiva con cura di aste. Ogni tanto si fermava a temperare la matita, ponendo la massima attenzione perÂché la punta fosse bene affilata. Accanto a lui, la madre, una donna matura – sui sessant’anni – lavorava a maglia. Tutti e due in silenzio. Il primario mi raccontò la storia di quegli infelici. L’uomo, all’età di sette anni, aveva perduto la ragione. Il fanciullo, divenuto violento e pericoloso per sé e per gli altri, finì in manicomio. Da quel momenÂto la madre trascurò gli altri cinque figli per dedicarsi a quello malaÂto di mente che aveva più bisogno del suo amore. E ogni giorno gli portava un quaderno, unica cosa che quel «bambino» chiedeva alla madre. Appena lei giungeva in ospedale, il ragazzo quasi glielo strapÂpava di mano, lo appoggiava sul tavolo e giù a riempirlo di aste, foglio dopo foglio, sino a completarlo tutto. Poi lo consegnava alla madre che lo esaminava, gli faceva i complimenti, lo restituiva, baciava il figliolo, raccoglieva i suoi ferri, li infilava dentro il batuffolo di lana e se ne andava, per tornare il giorno dopo con un quaderno nuovo. Da ventidue anni, ogni giorno, sempre la stessa cosa! Il dramma per quelÂla poveretta fu nel periodo della guerra, quando mancava tutto, anche i quaderni. Un figlio senza mente non può rendersi conto del fatto che possono mancare anche i quaderni in tempo di guerra, né sa cosa significhi la parola guerra. Ebbene, quella povera madre si ridusse a girare di casa in casa, a chiedere l’elemosina di un foglio di carta bianÂca, uno qualsiasi, e lei, mettendoli poi insieme, confezionava il quaÂderno che consentiva al figlio di restare calmo e soddisfatto per un giorno. Poi quella madre morì. Il figlio, senza più quaderni, resiÂstette due mesi, nel corso dei quali non diede alcun segno di violenÂza. Si spense lentamente, di crepacuore. Rimasi stordito da quella storia, esaltato da quello straordinario atto di amore materno; la loro immagine, l’uno seduto accanto all’alÂtra, lui a fare aste e lei a sferruzzare, giorno dopo giorno per ventidue anni, sempre con i medesimi gesti, silenziosi e sereni pur nella tragiÂcità dei loro eventi, non mi ha mai abbandonato. Ricordare quella madre oggi mi è parso un dovere. Un atto di omaggio alla madre, il simbolo stesso della vita e perciò della gioia e della sofferenza. È il caso di dirlo: grazie di esistere, mamma, o di essere esistita!
Un cordiale SHALOM ai miei cinque lettori.
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